Dal “segnale” ai suggerimenti “Giorgia pensi alla coalizione”


Che la trattativa non fosse partita con il piede giusto lo avevano capito un po’ tutti dalle parti di Arcore, nell’incontro di Milano, e di Villa Grande, nei colloqui di Roma. Giorgia Meloni d’acchito aveva posto il tema della presidenza del Senato al Cavaliere in termini perentori: «La presidenza di Palazzo Madama ce la teniamo per noi». La regola che Berlusconi conosce a memoria nella sua lunga esperienza di negoziati da imprenditore, da politico e da presidente del Consiglio è sempre stata quella di porre questioni del genere coniugando il verbo al condizionale. Così l’ex premier si aspettava un «ce lo terremmo» e, invece, la sua interlocutrice aveva usato l’indicativo. E addirittura pronunciato con l’enfasi dell’imperativo.

Un segnale colto subito e che le puntate successive della trattativa hanno solo confermato. Un insieme di «dikat» e di «veti». Solo Salvini ne ha collezionati tre: non ha potuto avere il Viminale (andrà ad un altro leghista), la presidenza del Senato per Calderoli, il ruolo di vice premier. Poi, certo, il leader leghista è riuscito ad ottenere nel numero dei ministeri una sorta di «risarcimento». A cominciare dal ministero dell’Economia per Giorgetti conteggiato come un «extra», cioè al di fuori cioè dei ministeri riservati alla Lega.

Con Forza Italia, invece, le cose non sono andate così, non si è raggiunta una possibile mediazione. La Meloni, dopo un ok immediato all’approdo di Antonio Tajani alla Farnesina, ha posto una riserva, una resistenza (appunto, un veto) sull’ipotesi di un ministero a Licia Ronzulli e sul tipo di dicasteri da dare a Forza Italia: saranno cinque, ma la maggior parte di terza fascia. Il Cav nelle trattative andate avanti fino a ieri mattina ha provato a chiederne tre in più, visto che gli azzurri erano stati esclusi dalle presidenze delle due Camere. Poi due. Quindi uno solo grazie alla mediazione di La Russa. Un mezzo accordo da condurre in porto fra qualche mese con la nomina di un altro ministro azzurro, magari la stessa Ronzulli.

Per il presente invece la Meloni è stata irremovibile: «Se cedo che figura ci faccio sui giornali?». La promessa dunque è tutta da verificare, visto che ad un amico che le ricordava come nei governi di coalizione gli avversari vadano inclusi nell’esecutivo per coinvolgerli, mentre è un grave errore lasciarli fuori, la premier «in pectore» ha risposto piccata: «Non c’è nulla di più importante per me che l’onore. Io non mi vendo per così poco, a costo di non fare il governo. Per me la cosa che più conta è salvare la faccia…». Parole «grosse», argomenti quasi pre-politici, visto l’argomento del contendere.

Ma quel che più conta è che la Meloni ha adottato una filosofia da presidente del Consiglio che è l’esatto contrario di quella usata da Berlusconi per mettere in piedi quattro governi e durare più di trent’anni nell’agone politico, con avversari che ti odiano e pm che ti braccano, cioè una filosofia caratterizzata da un atteggiamento inclusivo, portato al compromesso e votato a privilegiare più gli alleati che non i propri uomini. «Io – raccontava tempo fa il leader di Forza Italia – quando facevo il governo chiedevo ai partiti della coalizione: Che volete?. Se chiedevano troppo, mi adoperavo per convincerli a ridurre le pretese. Poi, alla fine, quel che restava andava al mio partito. Sono gli obblighi e i doveri a cui si sottopone chi si candida a guidare un governo di coalizione».

Quindi, due modi agli antipodi di intendere il ruolo di premier. Solo che «veti» e «diktat» fatalmente finiscono per suscitare reazioni. Anche perché pure i partiti hanno un loro orgoglio, una loro dignità. Non fosse altro perché lì dentro c’è chi sa come va il mondo: se cedi la prima volta, sei costretto a cedere pure la seconda. Così ieri mattina, quando si è riunito il gruppo del Senato di Forza Italia per decidere l’atteggiamento da tenere sulla candidatura di La Russa a Palazzo Madama, 16 senatori su 18 hanno aderito all’idea di inviare un segnale non partecipando al voto. Un sintomo di insofferenza verso queste logiche e questi comportamenti. Un segnale, però, che non facesse saltare il banco di un governo che deve ancora nascere. Tant’è che è stato lo stesso Berlusconi ad adoperarsi per trovare i voti necessari affinchè La Russa fosse eletto al primo scrutinio.

Sul suo elenco sono finiti tre senatori del Pd, alcuni senatori a vita e qualche altro randagio. Poi il suo voto e quello dell’ex presidente del Senato, Elisabetta Casellati. E, infine, ha saputo da Matteo Renzi dell’intesa raggiunta dalla Meloni con il Terzo Polo: il voto per La Russa, in cambio di un aiuto della maggioranza che facesse fallire la strategia del Pd e dei grillini di escludere gli uomini di Calenda dagli organigrammi degli uffici di presidenza e delle commissioni delle due Camere. Alla fine è stato lo stesso Cav a preannunciare a La Russa, sia pure non nascondendo la delusione per il comportamento della Meloni, l’elezione al soglio più alto di Palazzo Madama.

Resta la falsa partenza della maggioranza di centrodestra nel primo giorno di legislatura, scalmanato come quello di certe scuole. Ma, soprattutto, c’è da riflettere su un dato politico di non poco conto: per la Meloni il problema non è mai stato quello di formare un governo, ma quello di durare. «E per durare – confidava ieri uno degli esponenti più autorevoli di Forza Italia – devi avere il profilo del premier di un governo di coalizione. Speriamo che con il tempo impari».


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