I mercati e l’ipoteca sul nuovo governo


Il messaggio che il Fondo Monetario Internazionale ha fatto pervenire a Roma è chiaro e, sotto vari aspetti, si limita a confermare quanto già si sapeva. Con l’arrivo dell’inverno dovremo egualmente fare i conti con i rigori di crescenti difficoltà economiche. Le bollette ci impoveriranno e non c’è modo di inseguire illusioni demagogiche, immaginando che sia possibile togliere ad alcuni per dare ad altri. Non soltanto per l’Fmi nel 2023 non cresceremo, ma addirittura arretreremo dello 0,2%; e tutto questo in quadro generale che vede in recessione molte altre economie importanti per la nostra, a partire da quella tedesca. In tale drammatica situazione Giorgia Meloni e il centro-destra si ritrovano tra le mani una vittoria elettorale dimezzata, che non lascia loro molti margini di manovra.

Non soltanto non potranno elargire redditi, aiuti e bonus (e questo è un bene), ma potrebbero pure avere difficoltà a ridurre la pressione fiscale nel suo insieme, dato che per loro sarà molto arduo comprimere le uscite e in questo quadro generale è inimmaginabile pensare di dilatare ulteriormente il deficit. La recessione porterà, al tempo stesso, meno entrate fiscali e crescenti domande d’intervento pubblico da parte di disoccupati e di imprese a rischio chiusura. Riuscire a restare a galla non sarà facile, specie se si considera che la situazione politica è complicato e che chi governa deve fare i conti con scadenze elettorali a ripetizione. Se da un lato il prossimo ministro dell’Economia si troverà nell’impossibilità oggettiva di replicare le scelte populiste dei governi egemonizzati dal Pd, al tempo stesso crescerà la dipendenza dall’Europa e soprattutto dalla Banca centrale. Nel momento in cui i conti pubblici e privati sono tanto a rischio, anche a causa del debito pubblico e di quello previdenziale, bisognerà sperare che a Francoforte i banchieri centrali non usino le loro prerogative per inguaiarci ancora di più. Da parte sua, l’esecutivo dovrà fare di necessità virtù, riducendo al massimo i vincoli normativi (abrogare norme, in fondo, non costa nulla) e operando la più ampia liberalizzazione possibile, così da stimolare creatività, investimenti, concorrenza, nuove iniziative. C’è una lista lunghissima di riforme possibili, tali da aprire i mercati, ma è ovvio che nulla è facile, perché ogni restituzione di diritti al comune cittadino implica una sottrazione di privilegi a gruppi assai determinati a difendere lo status quo.

Questa, però, è la strada che andrebbe percorsa, specie ora che si fa ancora più difficile la pur indispensabile azione volta a ridimensionare le tasse. Le politiche liberali sono sempre difficili, dato che colpiscono interessi forti e concentrati al fine di difendere i diritti di tutti. Certo esse sono ancora più complicate da attuare in queste fasi di crescente difficoltà. L’unica ragione di ottimismo viene dal fatto che non ci sono alternative. Se qualcuno vorrà comunque provarci, a ogni modo, non sarà certo un pranzo di gala.


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