Ignazio, dal Msi al vertice. Il primo comizio a dieci anni, la “tribù indiana” dei tre figli


Cinquant’anni fa era già come è oggi. La telecamera di Marco Bellocchio lo riprende nel 1972 nella sequenza iniziale di Sbatti il mostro in prima pagina: Ignazio La Russa arringa la folla, c’è solo un barbone barricadiero a segnare la stagione tumultuosa, al posto del pizzetto mefistofelico dei decenni successivi, per il resto poco cambia.

Dicono che abbia tenuto il primo comizio a dieci anni e può essere che questa sia una leggenda ma certo la politica ce l’ ha nel sangue: suo padre Nino, volontario in Africa, catturato a El Alamein, prigioniero fino al 1946, segue Almirante nel Movimento sociale italiano, insomma si colloca da parte degli sconfitti e dei reduci di Saló. Il figlio segue la stessa traiettoria e nel 1970, ancora prima delle riprese di Bellocchio, è già iscritto al partito.

Studia nella svizzera tedesca, si laurea in giurisprudenza a Pavia, comincia a fare l’avvocato. Penalista.

Tifa Inter, di un tifo sfegatato, si sposa due volte, con Marisa e poi con Laura, ha tre figli i cui nomi coniugano la tradizione con la sua passione smodata per gli indiani: Geronimo, Lorenzo Cochis, Leonardo Apache. Insomma, ha una formazione poliedrica con una vena libertaria, anche se è ancorato al filone della destra postfascista che mai rinnegherà. Siciliano di Paternò, dove è nato nel 1947, diventa amico di Salvatore Ligresti che è nato nello stesso paese. Anzi, a dirla tutta eredità rapporti che risalgono ai padri e ai nonni. Tutti gli anni a Natale è a casa Ligresti per gli auguri e i tre rampolli di Salvatore – Jonella, Giulia, di cui celebrerà il matrimonio in seconde nozze a Taormina, Paolo – lo considerano un fratello maggiore.

Un’altra voce sostiene che è proprio lui a presentare a Ligresti Enrico Cuccia, ma l’ingegnere in famiglia ripeterà sempre un’altra versione: «L’ho conosciuto in aereo».

Nel 1992, ormai all’inizio della tempesta di Mani pulite, entra in Parlamento in una sorta di staffetta ideale: il padre, senatore per vent’anni di fila, lascia idealmente lo scranno a Ignazio.

In realtà c’è anche il fratello Vincenzo, pure lui preso dallo stesso demone ma democristiano, la pecora bianca del clan, e poi con il Ccd, Vincenzo, al centro di penose polemiche oggi che non c’è più, perché gli è appena stata negata l’iscrizione al Famedio; e poi c’è un terzo fratello, Romano, assessore regionale, pure lui nel mirino per un presunto saluto in tono col nome.

Chincaglierie ma non solo, nella biografia di Ignazio c’è anche la forza dell’impegno professionale. Assiste la mamma di Sergio Ramelli, lo studente ucciso a sprangate da un gruppo di Avanguardia operaia e morto dopo una straziante agonia.

Persino il suo funerale è una cerimonia clandestina, in una Milano livida e impaurita. La Russa è con la sua famiglia, ed è parte civile nel processo ai brigatisti che hanno ammazzato due militanti missini a Padova, nel 1974, un episodio che segna il battesimo di sangue delle Br.

É la grande cronaca che torna con la difesa di Cesare Previti in un drammatico incidente probatorio in cui Stefania Ariosto, il teste Omega della procura, scappa in lacrime e poi sviene.

Il resto è la storia della destra nelle sue evoluzioni: l’Msi, An con Gianfranco Fini, poi l’esperimento fallito del Pdl, la stagione in cui è ministro della difesa, infine FdI, fondato con Guido Crosetto e Giorgia Meloni e dove ben presto arriva Daniela Santanché, sua storica amica. L’avventura di una minoranza che oggi, come testimonia la commozione incredula nel discorso di insediamento, va alla guida del Paese.


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