Il discorso che unisce: “Non sarò di parte, lo giuro”


Da uomo «di parte e di partito» a «presidente di tutti, ve lo giuro». Passando per un pantheon insolito: da Pertini e Napolitano al Papa, da Tatarella a Mattarella, da Violante alla Segre, da Ramelli a Fausto e Iaio, dal 25 aprile al 17 marzo. Nel primo discorso da presidente del Senato, Ignazio La Russa indossa il suo abito più istituzionale e super partes. E comincia proprio ringraziando quei suoi misteriosi elettori nell’opposizione: «Voglio ringraziare quelli che mi hanno votato, quelli che non mi hanno votato, quelli che si sono astenuti e quelli che mi hanno votato pur non facendo parte della maggioranza di centrodestra», dice sorridendo sornione. Poi, appunto, il discorso nel segno della pacificazione inizia con un attestato di stima per Mattarella e per Giorgio Napolitano (a quest’ultimo, assente, esprime «simpatia» avendolo conosciuto e apprezzato pur se «da posizioni politiche distantissime») e prosegue per il «ringraziamento sincero» alla Segre, che lo ha appena proclamato seconda carica dello Stato. Sulla Segre, che aveva ricordato il centenario della marcia su Roma e invitato a non rendere divisive ricorrenze come 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno, La Russa aggiunge che «non c’è una sola parola che ha detto che non ha meritato il mio applauso». E sulla questione «festività», suggerisce di aggiungere quella del 17 marzo, compleanno del Regno d’Italia, riconoscendo che «queste date hanno bisogno di essere celebrate da tutti». Perché, prosegue, «solo un’Italia più coesa e pacificata e unita è la migliore precondizione per affrontare efficacemente emergenze e criticità».

Al ringraziamento a Maria Elisabetta Alberti Casellati, nel giorno del passaggio di consegne, La Russa accosta i suoi saluti anche per Marcello Pera e per «chi è stato vice con me», rivolto alla dem Anna Rossomando, alla pentastellata Paola Taverna e al leghista Roberto Calderoli. Saluta anche il Papa, «alta guida spirituale e morale», e ringrazia le forze armate, approfittandone per auspicare la pace ai «patrioti ucraini» e per rivolgere un pensiero ai rifugiati, tutti, quelli «di ogni parte del mondo che scappano dalla guerra e che devono essere accolti». Oltre alla guerra, il nuovo presidente del Senato resta sull’attualità per ricordare i rischi di «inflazione e caro energia», l’importanza del lavoro e della tutela ambientale, l’attenzione ai più deboli, la necessaria prevenzione della violenza, soprattutto su minori e donne, e l’impegno a tenere alta la guardia sulla pandemia e l’invito a ricordare che la Ue è una «comunità».

Poi, oltre a ribadire il bisogno di fare le riforme, «insieme», non importa se con una Costituente o una bicamerale, riprende la sua galleria ricordando Pertini e il suo insegnamento sulla necessità di lottare non solo «senza paura» ma anche se si è «senza speranza». Non dimentica la lezione di Pinuccio Tatarella, «che mi ha insegnato il valore del dialogo e dell’armonia», rende onore trasversale alla memoria di vittime-simbolo degli anni di piombo, da Luigi Calabresi a Sergio Ramelli fino a Fausto e Iaio («Mi inchino dice anche alla loro memoria»), mentre per la lotta alla mafia commemora il sacrificio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone, e Paolo Borsellino. Cita anche Luciano Violante, quanto al bisogno di «costruire la liberazione come valore di tutti gli italiani», pur nelle «legittime distinzioni e contrapposizioni». E conclude ricordando che il suo «è un compito di servizio», che appunto sarà un presidente di tutti. «Inflessibile giura – nel difendere i diritti di maggioranza e opposizione».


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