Il gelo tra i tre leader. Salvini sente Meloni: “Così tutto difficile”. Mef, Giorgetti si sfila: “Non è il mio posto”


Un passo in avanti e due indietro. Perché ieri, finalmente dopo giorni, i tre partiti della futura maggioranza hanno smesso di parlarsi via ambasciatori che recapitano appunti su carta con i desiderata dei singoli partiti (metodo anacronistico, ma che a differenza delle mail non lascia traccia). E si sono seduti a un tavolo tutti insieme nella sede di Fdi di via della Scrofa. Senza leader, perché Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi non erano presenti. Ma comunque a fare il punto – centristi compresi – sul primo appuntamento che conta, l’elezione dei presidenti di Camera e Senato. Che poi, a cascata, si porta dietro le caselle della compagine di governo, con lo schema di otto ministeri a Fdi (di cui quattro tecnici), quattro alla Lega e quattro a Forza Italia.

Il confronto, però, è stato interlocutorio. E seguito da un discreto nervosismo dei tre leader, tanto che alla fine i tre non si sono visti. D’altra parte, su alcune poltrone chiave sembrano davvero parlare lingue diverse. Con Meloni che insiste nel rimandare al mittente alcune delle richieste di Berlusconi e Salvini. L’ex premier non l’ha presa affatto bene, anzi chi ha avuto occasione di sentirlo lo racconta spazientito. «Così il governo parte male», sarebbe stato il senso del suo ragionamento, convinto che inaugurare un esecutivo su queste basi di reciproca diffidenza non sia la strada giusta. Salvini la pensa esattamente come il leader di Forza Italia. E sul punto i due si sono confrontati a sera in un faccia a faccia serale a Villa Grande, residenza romana dell’ex premier. Non è un caso che Meloni abbia la sensazione di essere «accerchiata» da alleati che «remano in direzione opposta» alla sua. Convinzione che non si è sciolta neanche dopo un colloquio telefonico con Salvini. Con il leader della Lega nell’inedito ruolo di mediatore, ad auspicare una soluzione ragionevole delle divergenze, spiegando alla premier in pectore che Berlusconi è rimasto per così dire «perplesso» da alcune resistenze, prima fra tutte quella su Licia Ronzulli.

Di qui, il muro contro muro sulle presidenze delle Camere. Con Fdi a spingere per la nomina di Ignazio La Russa a Palazzo Madama, lasciando Montecitorio alla Lega. Che, ancora ieri, insisteva però sul nome di Roberto Calderoli per la guida di Palazzo Madama. Un braccio di ferro che, ovviamente, si porta dietro la partita del governo. Sulle tensioni nella maggioranza, peraltro, proprio ieri è arrivata la benedizione di Azione su un’eventuale nomina di Giancarlo Giorgetti alla presidenza della Camera. Posizionamento che in molti hanno letto in chiave pro-Meloni anche per la presidenza del Senato. Non un dettaglio, considerando che il voto sui presidenti dei due rami del Parlamento è a scrutinio segreto e i voti di Carlo Calenda e Matteo Renzi potrebbero fare comodo alla leader di Fdi. Anche se fonti di Azioni smentiscono che si tratti di una presa di posizione «politica» e parlano di una «semplice dichiarazione di stima verso Giorgetti».

Il vicesegretario della Lega, peraltro, in questi giorni è candidato non solo alla Camera ma anche al Mef. E pare inizi ad avere la forte sensazione di essere tirato in mezzo non proprio per nobili ragioni. Il ministero dell’Economia, infatti, è destinato ad essere la casella più critica dell’esecutivo che verrà, con una recessione che ieri ha certificato persino il Fondo monetario, nonostante stime che gli addetti ai lavori considerano «estremamente caute» (in senso negativo). Giorgetti lo sa bene e non ha intenzione di diventare l’ombrello politico di un 2023 critico (ombrello non solo nella maggioranza, ma anche dentro la Lega). «Non sono all’altezza di un compito simile», fa filtrare l’ex sottosegretario alla presidenza che, di fatto, si sfila dal Mef. E i rapporti con Salvini, in questo senso, non aiutano. Non è un caso che proprio ieri il leader del Carroccio abbia fatto filtrare il suo benestare alla nomina di Giorgetti al Mef: «Ma in quota tecnica, non in quota Lega. I nostri dicasteri devono restare quattro».


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