Imprese, casa e gasolio: chi paga la riforma fiscale

Le uniche cose certe sono che non si potranno utilizzare soldi europei e che il conto alla fine toccherà a qualcuno. Principali indiziati sono i soliti noti: professionisti, proprietari immobiliari e investitori. Le parole del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri al Meeting di Rimini hanno dato il via a un braccio di ferro all’interno del governo e della maggioranza sulla riforma fiscale.

L’altro grande tema di scontro tra M5s e Pd è la gestione dei fondi del recovery plan. Binario destinato a non incontrarsi mai con il primo. Il commissario europeo agli affari economici Paolo Gentiloni ha fatto pressioni sul governo, in pubblico ma anche in privato, affinché scompaia dal dibattito ogni riferimento a un utilizzo dei 200 miliardi dell’Europa, tra prestiti e trasferimenti, che non sia quello indicato da Bruxelles. Niente sprechi, ma nemmeno tagli delle tasse.

Da qui la presa di posizione di Gualtieri sulla riforma che si farà, ma che si dovrà finanziare da sola. E poi l’annuncio di una «debonusizzazione del nostro sistema fiscale». Termine che ha fatto scattare più di un allarme perché si tratta di una prima indicazione sul conto da pagare.

Ma andiamo con ordine. Sul «dare» il confronto all’interno della maggioranza è tra chi come il ministro dell’Economia vorrebbe che il pagamento dell’Irpef avvenisse su un sistema progressivo continuo, eliminando gli scalini tra le diverse aliquote. Modello tedesco che piace poco al M5s, ancora fermo all’idea di eliminare almeno un’aliquota. L’obiettivo sarebbe quello di aumentare la progressività della tassazione. Peccato, hanno fatto osservare alcuni, ad esempio l’ex viceministro all’Economia Enrico Zanetti, che il sistema tedesco al quale Gualtieri dice di ispirarsi, sia meno progressivo di quello italiano in vigore.

Proprio ieri la Cgia di mestre ha calcolato che negli ultimi 20 anni le entrate fiscali sono aumentare di 166 miliardi. «Gli italiani sono vessati dal fisco. Subito riforma fiscale e un vero taglio delle tasse», ha commentato Mariastella Gelmini, capogruppo di Forza Italia alla Camera. Il leader della Lega Matteo Salvini ha proposto di usare 13 miliardi per la flat tax. Non sono questi i piani del governo.

Si vogliono alleggerire gli scaglioni centrali del reddito ma serviranno coperture molto robuste. Le uniche a disposizione al momento sono un inasprimento dell’imposizione sui redditi più alti, che da molto poco. Ancora meno verrebbe da un aumento delle tasse sulle attività inquinanti. A parte il vespaio sollevato dalle misure già approvate in questo senso, plastic e sugar tax, c’è un problema serio con l’Europa. Il piano messo a punto a suo tempo dal ministro dell’Ambiente Sergio Costa si scontra con la riforma delle tasse già messa in cantiere dall’Unione europea. Altra controindicazione: appesantire il fisco sul gasolio da autotrazione o da riscaldamento, finirebbe per diventare una politica pro ciclica, nel senso che aggraverebbe una crisi già sufficientemente pesante.

Restano le vecchie tax expenditures. Termine vago che comprende agevolazioni fiscali micro (poche) e altre irrinunciabili, come quelle sulle spese sanitarie. Oppure «la non tassazione Irpef della casa su cui si abita», come ha osservato ieri il presidente di Confedilizia Giorgio Spaziani Testa. Quindi spese fiscali tabù.

Il vero rischio per i contribuenti è che il governo prenda di mira i vari regimi fiscali speciali riservati agli immobili come la cedolare secca, alle rendite finanziarie, ai redditi da lavoro autonomo (il regime forfettario). Una rivoluzione, per nulla gradita.

Equazione senza soluzione quindi. Tanto che al ministero dell’Economia si danno in rialzo le quotazioni di una soluzione che salvi le apparenze, ma cambi poco nella sostanza. Quindi che muova poco la distribuzione del carico fiscale. Magari toccando qualcosa sull’Iva, spostando categorie di merci e servizi da un’aliquota ad un’altra. E così finanziare un mini taglio al costo del lavoro. Non la grande riforma annunciata dal governo.



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