“Italia in recessione”. Fmi vede un 2023 nero e consiglia l’austerity


«Nubi di tempesta s’addensano, i decisori politici devono tenere la mano ferma». Sembra l’incipit di uno di quei romanzi d’avventura dove il capitano deve evitare che il proprio vascello venga inghiottito dalle onde, ma in questo caso si tratta del World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale e la metafora è usata per avvertire i governi mondiali che il peggio deve ancora venire e si rischia di affondare. Guerra in Ucraina, inflazione e scarsità di approvvigionamenti energetici minacciano in primis l’area euro. Le stime di crescita del Pil italiano sono state riviste al rialzo per quest’anno da +3 a +3,2% e al ribasso per il prossimo da +0,7% a -0,2. Tra le grandi economie solo la Germania farà peggio nel 2023, con un calo dello 0,3 per cento (+1,5% quest’anno).

L’Fmi si attende che l’Italia entri in recessione tecnica nei prossimi trimestri «soprattutto per l’impatto della crisi energetica, per l’alta inflazione e del calo dei redditi», ha detto Petya Koeva Brooks, vice capo economista del Fondo. D’altronde, se il Pil globale è atteso al +2,7% l’anno prossimo, vi è anche un 25% di probabilità che scenda sotto il 2% proprio a causa del peggioramento della congiuntura.

In fondo, sono le stesse valutazione del Documento programmatico di bilancio (Dpb) inviato a Bruxelles come «antipasto» della manovra. «Nello specifico – si legge nel testo – partendo dai dati Istat per i primi due trimestri del 2022, le valutazioni interne più aggiornate indicano una variazione leggermente negativa del Pil nel terzo trimestre quale risultato di una contrazione congiunturale del valore aggiunto dell’industria manifatturiera e delle costruzioni, solo parzialmente compensata da un incremento dei servizi». Per il quarto trimestre, l’intervallo delle stime più aggiornate si situa intorno ad una lieve contrazione del Pil in termini reali, «attribuibile in primis al settore industriale». Si prevede un’ulteriore flessione del Pil nel primo trimestre, conclude il Dpb, «che sarebbe poi seguita da una ripresa dell’attività economica a partire dal secondo trimestre, trainata da un aumento della domanda mondiale, da una discesa del prezzo del gas naturale (peraltro verso livelli ancora elevati rispetto a condizioni normali) e da un crescente apporto del Pnrr». Il problema è che anche queste previsioni potrebbero rivelarsi ottimistiche se si confronta il +0,6% di Pil atteso nel 2023 con la recessione conclamata stimata da Washington.

Che fare, allora? I suggerimenti del World Economic Outlook, per quanto erga omnes, assumono le sembianze di un caveat per il governo di centrodestra che verrà. In primo luogo, si consiglia di «ricostituire cuscinetti fiscali», cioè di consolidare l’avanzo di bilancio per mezzo delle tasse in modo da avere più risorse a disposizione. In secondo luogo, si invitano caldamente gli Stati a «non vanificare gli sforzi» delle banche centrali contro l’inflazione, cioè a non erogare sussidi a pioggia ma solo ai redditi più bassi per far sì che i tassi elevati deprimano le domanda e di conseguenza i prezzi. Terzo (e questa forse è l’unica nota positiva), si nota come l’Europa dovrebbe coordinare le finanze per una politica energetica comune visto lo shock causato dal diradarsi delle forniture russe. Insomma, una timida apertura a un nuovo Fondo anticrisi.

Piazza Affari ieri ha chiuso in negativo a -0,87% e lo spread tra Btp e Bund decennali si è allargato a quota 239. La recessione non piace ai mercati, soprattutto se si intende curarla con la vecchia ricetta dell’austerity.


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