La prima verifica sui due presidenti. Fdi vuole La Russa, la Camera alla Lega


Forti, compatti e di qualità, è la promessa. Solo che sui vertici del parlamento e sui ministri, Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi faticano a trovare la quadra.

Domani, all’insediamento del nuovo Parlamento, c’è la prima prova per il centrodestra che sa di doversi mostrare unito. Eppure fino all’ultimo continua il braccio di ferro tra Fdi e Lega sulla presidenza del Senato. Giorgia Meloni vuole Ignazio La Russa, mentre alla Camera andrebbe il leghista Riccardo Molinari. Matteo Salvini, però, insiste su Roberto Calderoli a Palazzo Madama e respinge il ticket.

Per tutta la giornata, mentre Berlusconi arriva nella capitale e il Capitano si precipita da lui per un confronto, domina l’incertezza. Dalle diverse riunioni, tra Montecitorio e la sede di Fdi di via della Scrofa, filtrano dichiarazioni in cui ognuno tiene il punto. Verso sera è il centrista Maurizio Lupi ad anticipare a Porta a porta che, alla fine, vincerà Giorgia: «Si va verso la presidenza del Senato a Fdi e la Camera alla Lega. La Russa è stato vicepresidente del Senato ed è stato bravissimo», dice a Bruno Vespa il capo di Noi Moderati, che nel pomeriggio era a via della Scrofa proprio con La Russa e Francesco Lollobrigida per Fdi, Calderoli e Molinari per la Lega, Alberto Barachini e Licia Ronzulli per Fi, e i centristi Lorenzo Cesa e Antonio De Poli.

Da Fdi confermano che la posizione di La Russa rimane la più forte in campo, poco dopo la dichiarazione opposta di Molinari, all’uscita dalla riunione: «Stiamo lavorando per Calderoli al Senato». L’ex capogruppo alla Camera, in corsa per Montecitorio, tra l’altro è imputato di falsificazione dell’atto per il processo sulle liste elettorali di Moncalieri modificate dopo la raccolta delle firme e il 24 novembre dovrà presentarsi alla prima udienza. Calderoli, interrogato, alza le mani: «Sono pronto a fare tutto, ma questa scelta sarà affidata ai leader».

Ecco, appunto, i leader. Era atteso un vertice a tre ma c’è stato un imprevisto faccia a faccia. Sembra che sia Salvini che Berlusconi soffrano un po’ l’atteggiamento di asso-pigliatutto della Meloni. «Non ha mica fatto il 40% al voto, eh? Però vuole Palazzo Chigi, la presidenza del Senato, tanti ministeri e i più importanti….», dice un deputato azzurro. Insofferenza e preoccupazione a Villa Grande, perché lo scontro sul Senato blocca il giro di accordi collegato sul governo. Berlusconi non preme né per Calderoli nè per La Russa («equidistanti», dicono gli azzurri), ma vorrebbe che si arrivasse ad un’intesa complessiva per essere pronti alla convocazione al Quirinale, con le Camere velocemente operative, per formare un governo forte. Salvini fa sapere che la Lega «non ha pretese né preclusioni, lavora per un’intesa soddisfacente nel centrodestra e conferma di avere le idee chiare sulla propria squadra e sui dossier più urgenti». Quindi vuole «al più presto» un vertice di coalizione. Fra le righe, più d’una perplessità per la gestione di questa fase preliminare da parte della premier in pectore, soprattutto per la formazione del governo e per la presenza ipotizzata di diversi «tecnici».

Lei, la Meloni, tace e fa sapere che si sta occupando delle emergenze del Paese. Poi, alla fine della giornata di lavoro, una nota sembra rispondere alle domande che aleggiano nell’aria: «I governi sono politici – sottolinea Giorgia – quando hanno un mandato popolare, una guida politica, una maggioranza nata nelle urne e non nel Palazzo, un programma e una visione chiari. Proprio per realizzare quella visione e quel programma, coinvolgeremo le persone più adatte: nessuno si illuda che cambieremo idee e obiettivi rispetto a quelli per i quali siamo stati votati. Il nostro sarà il governo più politico di sempre».


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