L’Economia, il peso del ministero “maledetto”


In un pomeriggio di un giorno qualunque, ecco quattro buoni motivi per avere i brividi al solo pensiero di essere il prossimo ministro dell’Economia. Nella sola giornata di ieri, scorrendo il web o i notiziari pomeridiani, si apprendeva, nell’ordine: 1) che per l’agenzia di rating Standard & Poor’s nel 2023 l’Italia può andare incontro a un calo del Pil dell’1,5%; 2) che il presidente della Bce, Christine Lagarde, ha iniziato a discutere il ritiro del piano di acquisto dei Btp; 3) che a Genova la città era bloccata dalla protesta dei lavoratori di Ansaldo Energia, società a controllo pubblico in piena crisi; 4) che il cda di Ita, la nuova Alitalia, aveva revocato le deleghe operative al suo stesso presidente, Alfredo Altavilla. Ecco perché Giorgia Meloni fa così fatica a trovare un entusiasta all’idea di traslocare in via XX settembre.

La poltrona più pesante nel governo del Paese è anche la più bollente. E quelli che abbiamo elencato sono solo i temi che ricorrevano ieri. A questi bisogna aggiungere: da un lato il quadro macroeconomico più nero degli ultimi anni, con inflazione e tassi verso le due cifre; dall’altro l’impegno elettorale sul calo della pressione fiscale, elemento ormai identitario della coalizione di centro destra che ha stravinto le elezioni politiche.

Mentre a livello micro, oltre alle grane di cui sopra su Ita e Ansaldo Energia, il Mef si deve smazzare il dossier dell’aumento di capitale del Monte dei Paschi, che dovrà essere seguito dalla cessione della banca, quello del futuro dell’Ilva, partecipata tramite Invitalia, e le diverse partite aperte in casa Cdp, la Cassa Depositi e Prestiti, il polmone economico e finanziario controllato all’80%, che opera anche attraverso l’utilizzo del risparmio postale. Da Cdp dipendono vari altri dossier caldi, tra le quali l’intero progetto della rete unica in fibra, infrastruttura strategica per il Paese, più o meno ferma al palo da tempo, o le autostrade, recentemente rinazionalizzate dopo il disastro del Ponte Morandi.

La poltrona che tra i più celebri occupanti ebbe Quintino Sella sempre tra i più citati, dal secondo governo Berlusconi del 2001 è diventato un superministero, che riunisce le Tesoro, Finanze e Bilancio. E rappresenta un riferimento fortissimo rispetto all’operato di un governo e della sua maggioranza che, ormai da anni, viene giudicata prima di tutto dai risultati economici. Non è un caso che, dal 2011 in poi, i ministri politici in quella posizione sono stati solo due, entrambi del Pd: Giancarlo Padoan (dal 2014 al 2018, con Renzi prima e Gentiloni poi) e Roberto Gualtieri (2019/21) nel Conte bis. In ogni caso, nel momento più delicato della crisi del debito del 2011 così come in questo dell’era Draghi, in via XX settembre non potevano che andare super tecnici quali lo stesso Mario Monti (ad interim, fino alla nomina di Vittorio Grilli) e dall’anno scorso l’attuale ministro Daniele Franco.

Ma a questo giro, la larga vittoria elettorale del centro destra crea una situazione nuova, almeno da 10 anni a questa parte: c’è una maggioranza politica omogenea che può indicare per il Mef il suo candidato, pur in presenza di una crisi geopolitica, economica e finanziaria nella quale l’Italia torna ad essere l’anello debole d’Europa.

È il motivo per cui un candidato tecnico ideale per Meloni, quale Fabio Panetta, è meglio che resti nel Comitato esecutivo della Bce. Mentre un altro candidato tecnico avrebbe senso solo se dotato di quell’autorevolezza europea che ne giustifichi la scelta, anche all’interno della nuova maggioranza. Viceversa toccherà a un politico. Che dovrà però caricarsi sulle spalle, sue e del suo partito, più oneri che onori.


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