L’ora legale vale 2,7 miliardi. Draghi non sa se prolungarla


Scatta l’ora legale, panico a Palazzo Chigi. Parafrasare il fortunato titolo del settimanale satirico Cuore del 30 marzo 1991, diretto ai socialisti, fa sorridere ma solo un po’. A due settimane dal ritorno dell’ora solare, prevista per il 30 ottobre, impazza sui giornali il dibattito sull’opportunità di prolungare di almeno un mese l’ora legale. Dopo una direttiva Ue infatti i vari Stati europei solo liberi di scegliere se lasciare in vigore o meno la misura, introdotta in Italia nel maggio 1916, con interruzioni tra il 1921 e il 1939 e tra il 1948 e il 1965. La proposta lanciata nei mesi scorsi dalla Società italiana di medicina ambientale ha trovato l’ok di diversi studiosi, che hanno firmato un appello su Lancet. E avrebbe conseguenze positive sulla salute umana, anche perché eviterebbe lo «stress da cambiamento» legato alla luce, il principale sincronizzatore naturale di tutti i processi dell’organismo, e i disturbi del sonno che arrecherebbe soprattutto ai più piccoli, come denuncia il pediatra Italo Farnetani

Ora che la crisi morde, le bollette impazziscono e le famiglie non sanno cosa aspettarsi forse è il caso che il governo di Mario Draghi, sebbene in dirittura d’arrivo, si interroghi seriamente sul rapporto costi/benefici. Il dossier è da settimane sulla scrivania del titolare della Transizione ecologica Roberto Cingolani, scettico a dir poco sui benefici. A suo dire, il vantaggio indubbio di avere un’ora in più di luce naturale di pomeriggio verrebbe vanificata dal buio pesto che ci aspetterebbe al mattino. «Ma insieme allo smartworking questa è una delle misure che se dovesse esserci un inasprimento del problema potremmo considerare».

Se non ora, quando? Al Giornale il senatore della Lega Paolo Arrigoni, responsabile Energia del Carroccio, conferma la volontà politica bipartisan di spingere per un provvedimento. Secondo i dati 2021 un’ora di luce naturale al giorno in più, moltiplicata per 147 giorni dal 30 ottobre al 26 marzo, farebbe risparmiare 318,1 gigawattora (GWh) di energia. «In realtà l’attuale assetto dell’ora legale consente già risparmi di mezzo terawattora (500 gigawattora)», dice Arrigoni. L’estensione su base annua secondo i calcoli della Lega incrementerebbe i benefici di altri 250 gigawattora.

Con un costo medio tra 0,3 (prezzo all’ingrosso) e 0,66 (prezzo retail al consumatore, dato Arera) euro a Kwh, l’ora legale farebbe risparmiare 200mila tonnellate di CO2 e almeno 70 milioni solo a novembre, 500 milioni per tutto il 2022 e «fino a 2,7 miliardi di euro nel 2023», dicono gli esperti del Centro Studi di Conflavoro Pmi. Non proprio due spicci.

Non basta. Lo slittamento di un’ora potrebbe anche evitare la ventilata riduzione degli orari di lavoro ma soprattutto «lo spegnimento anticipato e l’accensione posticipata dell’illuminazione pubblica e i tanto famigerati distacchi che le imprese potrebbero trovarsi costrette ad attuare per tamponare le criticità della situazione», sostiene il Centro studi.

Un’altra misura per alleggerire le bollette di cui si parla è il credito d’imposta, pari a circa il 10% dei costi. «Un salone di bellezza, su 2.400 euro di bollette, ne recupera poco più di 250», spiega al Giornale il commercialista Gianluca Timpone. Ma c’è un rebus interpretativo che complica tutto, perché costringe le aziende a raccogliere tutte le fatture dal 2019 ad oggi e verificare l’aumento della tariffa per Kw, sempre ammesso che sia «leggibile» in bolletta, su cui determinare il credito spettante, al netto di agevolazioni e imposte. «Ma se l’impresa sbaglia i conti, tra qualche anno il beneficiario dell’agevolazione dovrà restituire il tutto maggiorato di sanzione e interessi. Sarebbe bastato costringere i gestori elettrici a fare i conti», ricorda Timpone. Un’altra stortura solare e (il)legale.


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