Nello, il galantuomo degli “strappi”

Siciliano prima di tutto. Nello Musumeci (nella foto con Giorgio Almirante), ndr) è un politico di razza, ma nella sua lunga carriera, iniziata nel movimento giovanile del Msi quando era appena 15enne, all’inizio degli anni ’70, spicca soprattutto il legame, viscerale, con la sua terra. Che rende la sua elezione a governatore dell’Isola, nel 2017, il coronamento di un mezzo secolo vissuto a battagliare in politica da mosca bianca.

Giovane missino ma moderato, «ontologicamente di destra» (parole sue) ma apprezzato dagli avversari ad onta di qualsiasi pregiudiziale, coerente con le proprie idee in un mondo di opportunisti, pronto all’azione come amministratore in una terra troppo spesso abituata all’inerzia, allergico alla mafia sull’Isola dove Cosa nostra è nata. Aveva rischiato di fare il bancario, Musumeci, dopo aver trovato lavoro al Credito italiano, quando la politica era solo una passione, come quella per il giornalismo. Ma poi, inesorabilmente, quella passione è diventata la sua vita, e lui un recordman di preferenze, famoso per le capacità oratorie.

La prima tappa, nel 1975, è l’elezione al Consiglio comunale nel suo paese, Militello, in provincia di Catania, lo stesso di Pippo Baudo. Scala le gerarchie missine etnee, diventa segretario provinciale del partito, nel 1990 entra in Consiglio provinciale e nel 1994 vince con il Msi le elezioni per la presidenza della Provincia etnea. È l’inizio della «Primavera di Catania»: due mandati in cui Musumeci conferma che quello del politico è il suo mestiere; due mandati da amministratore in Sicilia dai quali esce immacolato (e con un po’ di anni sotto scorta per minacce mafiose), rilanciando il capoluogo etneo e il suo territorio, oltre che se stesso. Sempre nel 1994 vola a Bruxelles sotto le nascenti insegne di An, alla quale aderisce dopo Fiuggi, e viene rieletto all’Europarlamento per tre mandati. Rompe con Fini nel 2005, prima che Fini rompa con il centrodestra, poi punta alla presidenza della Regione. Nel 2006 si candida «contro» Totò Cuffaro, e toglie al centrodestra un 5 per cento di preferenze. Nel 2012 lo strappo di Micciché gli costa la vittoria, che va a Crocetta. Sarà eletto presidente dell’Antimafia regionale. Nel 2017, con una sua lista, «Diventerà Bellissima» e l’appoggio del centrodestra unito, questo siciliano che «non prende il pizzo perché ce l’ha già sotto il mento» (copyright Marcello Veneziani) trionfa. Il primo pensiero dopo la vittoria è per il figlio Giuseppe, morto nel 2013 per un infarto, a 32 anni. Poi si mette al lavoro. E si fa notare, come l’ultimo braccio di ferro con Palazzo Chigi conferma. «La sua vera ambizione è sempre stata quella di essere utile alla sua terra», ha detto di lui Enzo Trantino, deputato per nove legislature tra Msi e Pdl, che conosce Musumeci da quando era sbarbato. In una terra difficile, il galantuomo Musumeci continua a piacere ai siciliani: secondo la classifica sul consenso dei governatori, nel 2020 ha sei punti in più rispetto al momento della sua elezione, terzo per crescita del consenso dopo Zaia e Toti.



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