“Più gioia soltanto dall’Inter. Adesso come Violante spero in una riconciliazione”


«Aho’ Gnazio! Fermate che sennò s’ammazzamo tutti!». Quando alle quattro del pomeriggio arriva davanti alla chiesa di San Luigi dei Francesi, il nugolo di giornalisti, microfoni, telecamere e curiosi che ha intorno supera ormai abbondantemente la cinquantina di persone. Sono passate solo poche centinaia di metri da quando il neo presidente del Senato è uscito dall’ingresso principale di Palazzo Madama. A piedi, perché – aveva spiegato ai commessi che gli avevano annunciato l’imminente arrivo dell’auto blu – «non sarò il presidente che vi aspettate». Quindi, «avanti come sempre» che «quattro passi non hanno mai fatto male a nessuno». È pochi minuti dopo che Ignazio La Russa deve aver focalizzato che le cose non stanno proprio così e che, nonostante tutta la buona volontà del mondo, essere la seconda carica dello Stato ha e avrà sempre le sue regole. «Sto andando verso la Camera, vi pregherei – dice gentilmente alla ressa di microfoni e telecamere – di lasciarmi un minimo di privacy per un paio d’ore». Declina le domande e si smarca anche da uno dei più noti emuli di Gabriele Paolini che lo insegue per chiedergli un selfie: «La Russa solo uno, me ne basta uno con te!». E lui, camminando e ridendo, risponde pacifico: «Ti ricordi che una volta ti menavo? Non te ne approfittare eh…». Poi dritti in direzione via della Scrofa, anche se la destinazione finale non sarà la sede di Fratelli d’Italia ma il Palazzo dei gruppi parlamentari di Montecitorio.

Inizia così la terza vita di La Russa. Che, pure immediatamente dopo l’elezione, era rimasto fedele alle sue abitudini di sempre. E aveva scelto di pranzare – come spesso accadeva – nel ristorante self service del Senato, in compagnia di una decina tra colleghi e collaboratori.

Davanti al bancone in attesa di una bistecca è da solo. E, quasi a schernirsi, asseconda la provocazione. Finalmente una soddisfazione più grande di quando l’Inter ha vinto la Champions league? Ci pensa qualche secondo e poi risponde ridendo: «Bhé, diciamo che l’emozione è tanta ma non così tanta…». Però, non nasconde che essere eletto alla prima votazione e senza un pezzo di maggioranza rende la cosa decisamente più entusiasmante. «È stata una vittoria politica e delle relazioni umane. E guardi che Berlusconi quando se l’è presa in Aula non ce l’aveva con me…», dice. Politica perché Fdi ha dimostrato di poter arrivare al traguardo senza i voti di Forza Italia, una strategia su cui Giorgia Meloni e La Russa lavoravano da giorni. Per mettere in sicurezza l’elezione del presidente del Senato dal braccio di ferro sul governo in corso con gli azzurri, certo. Ma anche – era questo l’auspicio iniziale – per riuscire a far eleggere La Russa con numeri che andassero oltre quelli della maggioranza di centrodestra, così da dare un segnale di condivisione. Ma hanno pesato anche i rapporti personali, perché il neo-presidente del Senato fa politica da una vita, ed è evidente che in suo soccorso sono arrivati anche diversi voti dell’opposizione a titolo personale. Attestati di stima tra avversari, che però si conoscono e si apprezzano da una vita. Di qui, il riferimento alle «relazioni umane». E, ci tiene a dire La Russa, «ha contato molto quello che ho fatto io, ma non solo, anche quello che hanno fatto gli altri». Un riferimento che sembra rivolto a Meloni, che fin da dopo il voto si è spesa con determinazione a favore della sua corsa a Palazzo Madama. Ma anche ai senatori – quasi certamente i renziani di Azione, compreso Matteo Renzi, ma anche qualche voto sparso da Pd, M5s e Autonomie – che hanno deciso di sostenerlo dall’opposizione.

È anche per questo che La Russa non nasconde l’auspicio che il suo mandato possa essere un passo avanti verso un clima di pacificazione nazionale. Esce dal ristorante del Senato e spiega che l’ha appena chiamato Luciano Violante, ex presidente della Camera. «Mi ha telefonato per ringraziarmi per l’appello alla riconciliazione. È stato lui il primo a farlo, non a caso l’ho citato nel mio discorso in Aula. E spero che possa essere di buon auspicio», dice La Russa. Una telefonata arriva anche da Gianfranco Fini. E – quando sono ormai passate le sei di sera – La Russa lascia Montecitorio dopo aver incontrato Meloni, la sua assistente gli elenca le tante chiamate arrivate. «Il primo da richiamare è Gianfranco».


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