Quelle feste deformate dalla sinistra


I discorsi dei decani del Parlamento, allorché una legislatura esordisce, raramente sono politicamente rilevanti. Ha fatto eccezione quello di Liliana Segre, assai importante perché ha ribadito in maniera precisa tutto quello che c’era da ribadire, in tema di patriottismo e di conciliazione delle memorie. Un monito a chi, a destra, voglia interpretare il voto del 25 settembre come una rivalsa degli sconfitti di ottanta anni fa, e a chi, a sinistra, attenda l’occasione di una probabile presidenza Meloni per rilanciare «resistenze» contro un inesistente fascismo. E fondamentali sono state le parole sulle feste nazionali, che, ha ricordato Segre, non devono essere divisive, hanno da unire la nazione e, concetto importante, trasmetterne l’eredità: una nazione essendo Anche una riproduzione di memorie comuni. Segre ha citato 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno, ma il fuoco cade soprattutto sulla prima. Il primo maggio non è mai stata occasione di contrasto e neppure il 2 giugno, ripristinata dal presidente Ciampi con uno spirito non molto diverso da quello delle parole della senatrice Segre. Il 25 aprile non sarebbe in sé una festa divisiva ma, a partire dagli anni Settanta, la sinistra e soprattutto il Pci se ne sono impadroniti, spesso cacciando dalle piazze chi non apparteneva ai loro colori. Con l’idea che gli unici antifascisti fossero i comunisti e i loro alleati subalterni. Ma fu soprattutto con l’arrivo di Berlusconi che il 25 aprile divenne una festa esclusiva, più che dell’antifascismo, dell’antiberlusconismo: essendo considerato il Cavaliere il rappresentante di un «fascismo postmoderno». Tutto questo deve finire, e il 25 aprile non dovrà più essere utilizzato come grimaldello contro i vincitori delle elezioni e contro Meloni in particolare. Per questo, però, è bene che il centrodestra non fornisca alibi, e che il nuovo presidente del Consiglio renda omaggio al culto repubblicano della Resistenza: che non avrà liberato il paese dai tedeschi e dai loro alleati fascisti (quello fu opera di americani e inglesi, a cui saremo grati in eterno) ma che è stata la tappa fondamentale per la costruzione della democrazia italiana. E fu fenomeno di comunisti, certo, ma anche di socialisti democratici, di cattolici, di liberali, di repubblicani, e persino di monarchici. Non dovrebbe essere difficile, e sarebbe anzi giusto. Del resto un modello già c’è: il discorso che l’allora premier Berlusconi lesse ad Onna, il 25 aprile 2009. Fa ben sperare che, nel suo intervento, il neo presidente del Senato, La Russa, abbia dato ragione alla senatrice Segre. E al suo discorso per certi versi costituente, proprio di un’Italia proiettata nel futuro.


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