Salvini fa il grande mediatore. Giorgetti dice sì per il Mef


Matteo Salvini veste i panni del pompiere. Getta acqua sul fuoco acceso tra gli alleati. «Chi lo avrebbe mai detto», dicono tra le stanze damascate del Senato. Anche qualche leghista si sorprende delle mosse del suo segretario. Ponderate, senza colpi di testa. Ragionate. Almeno ieri. Oggi è un altro giorno, il giorno della Lega a Montecitorio. La terza carica dello Stato spetta a loro. Il candidato è Lorenzo Fontana, ad annunciarlo lo stesso Salvini: «Ho chiesto a Molinari la disponibilità a proseguire il suo mandato da capogruppo della Lega a Montecitorio». Ma il passo indietro potrebbe nascondere altro. Il rinvio a giudizio per falso pesa sulle spalle di Molinari. I più maliziosi parlano di un veto arrivato direttamente dal Colle più alto di Roma. Ma dalla Lega smentiscono.

Il leader del Carroccio in queste ore è il ponte tra Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Media e tratta. Soprattutto tratta. Per sé, per il suo partito. Lo fa mostrando a Giorgia Meloni lealtà. È il primo a dire in diretta televisiva che, per la Lega, il nome del Presidente del Senato «è quello di Ignazio La Russa». Così è stato. «C’è un accordo e dobbiamo rispettarlo. Roberto (Calderoli ndr.) sarebbe stato un eccellente Presidente del Senato ma dobbiamo fare fede ai patti» ha detto il segretario al suo nutrito esercito di senatori riuniti prima di entrare a Palazzo Madama. Faccia decisa, quasi ombrata, passo sicuro tanto da preoccupare chi lo incontra. «Ma tutto bene?», gli chiedono nel piccolo transatlantico, in sala Garibaldi. «Sì, sì», risponde. Poi dritto alla buvette per un caffè. Dietro di lui il cordone di fidatissimi. Poca confidenza a chi lo circonda. Telefono all’orecchio e incontro con Silvio Berlusconi. Lui e il presidente di Forza Italia sono gli ultimi ad entrare in Aula. Prima un breve vertice per trovare la quadra. Che non c’è. Ma lui dice di essere ottimista «dai, dai» incita i suoi mentre sogna ancora il Viminale. L’idea non l’ha mai abbandonata. I segnali arrivano da tutte le parti, anche dal suo dress code. «Salvini sfoggia la cravatta anti-droga» recita il messaggio inviato ai cronisti dal suo ufficio stampa. «Il tema del contrasto agli stupefacenti è e sarà una priorità» dice Salvini. Ma il suo posto pare essere già designato: ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture. Al Viminale Matteo Piantedosi o la fidatissima Giulia Bongiorno. Lui dovrà accontentarsi di gestire i porti e la Guardia Costiera. Se lo fa bastare, ma non si accontenta. Vuole di più. C’è chi dice tra i pavimenti scricchiolanti del Senato che abbia alzato la posta dopo la prova di fiducia sul voto compatto ad Ignazio La Russa.

Salvini mira ad avere almeno 6 ministeri, tutti di peso, compreso quello all’Economia per Giancarlo Giorgetti che dice: «Se mi vogliono al Mef ci andrò». I rapporti non sono buoni ma bisogna mostrare unità. E così le foto sorridenti di Salvini, Giorgetti, Fontana, Crippa e Molinari rimbalzano su tutti i cellulari dei cronisti. Oltre alla presidenza della Camera dei Deputati il leader della Lega mira ad ottenere anche l’Agricoltura, gli Affari regionali e le Autonomie e la Scuola. «I voti si pesano» ci dice Alessandro Morelli. Un segnale che dà credito alle voci che circolano tra i Palazzi. Mentre Ignazio la Russa fa il discorso da Presidente lui è nel suo ufficio col volume della televisione al minimo ed escogita la prossima mossa.

In serata incontra Meloni alla Camera. Clima teso ma c’è voglia di partire. Nella Lega si spera che Matteo non faccia la fine del draghetto pompiere Grisù. Che, involontariamente, invece di spegnere il fuoco, lo accende.


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