Tensione al Senato. La Russa presidente senza i voti di Fi ma con i giochetti di 17 oppositori


Ignazio La Russa ce la fa al primo colpo: lo storico dirigente del Msi, di An e ora di Fdi assurge alla seconda carica dello Stato, e con 116 voti diventa il ventottesimo presidente del Senato della Repubblica.

Ma la sua elezione si trasforma in una clamorosa frattura nella maggioranza, alla prima prova della legislatura, e in una spaccatura piena di veleni per le opposizioni. In un clima a metà tra Rashomon (il film di culto di Akira Kurosawa in cui ogni testimone dell’assassino del samurai dà una versione diversa dell’accaduto) e il classico «Assassinio sull’Orient Express» di Agatha Christie. In cui tutti i personaggi avevano movente e occasione per vibrare la loro pugnalata alla vittima.

In questo caso, in realtà, non c’è vittima, anzi: La Russa passa infatti con un voto in più di quei 115 che il centrodestra aveva, sulla carta, a Palazzo Madama. Ma un partito della coalizione non lo ha votato: in Forza Italia (18 senatori) solo in due – lo stesso Silvio Berlusconi e la presidente uscente Elisabetta Casellati – hanno partecipato al voto ritirando la scheda. Gli altri non hanno votato, in esplicita protesta per il veto posto dalla premier in pectore Meloni sul nome dell’azzurra Licia Ronzulli nel governo.

I primi calcoli dicono quindi che tra i 16 e i 17 voti di centrodestra sono mancati, e in più su due schede c’era il nome del leghista Roberto Calderoli (presumibilmente arrivati dal Carroccio). Il centrodestra da solo, quindi, ha potuto racimolare tra i 97 e i 98 voti. Ergo, i voti (almeno 17) per superare il quorum e assicurare l’elezione di La Russa sono arrivati dalle opposizioni.

E qui si apre il Rashomon del centrosinistra. Da Pd e M5s si punta subito il dito su Matteo Renzi: «È stato lui, per avere i voti del centrodestra per una vicepresidenza delle Camere e occupare lo spazio politico di Fi». L’indiziato se la ride: «Fossi stato io lo avrei rivendicato», dice. E racconta che ieri mattina ha avuto un colloquio con il dem Franceschini e il 5s Patuanelli per ragionare sulla divisione dei possibili ruoli parlamentari di opposizione: «Ma vi pare che vado a mercanteggiare voti con la maggioranza per ottenere posti che dipendono da accordi nel centrosinistra? Abbiamo votato scheda bianca».

Il suo alleato Carlo Calenda, esce dall’aula furioso: «Mai avrei votato un candidato postfascista, va contro tutta la mia storia». Le immagini alla moviola del voto (il Pd ha messo i suoi funzionari ad esaminarle) dimostrano che sia lui che Renzi sono usciti dal seggio in una manciata di secondi, senza il tempo di scrivere nomi sulla scheda. E seppure una parte dei 9 del Terzo Polo avesse votato La Russa, i numeri non sarebbero comunque bastati. Secondo il «moviolone», a trattenersi per un tempo sospetto nell’urna sono ben 8 grillini, 6 renziani e persino due rosso-verdi di Bonelli&Fratoianni. La Russa si era già assicurato alcuni voti extra-maggioranza: dai senatori a vita Monti e Rubbia agli autonomisti siciliani al trentino Durnwalder. Patuanelli insinua che ai «sì» di qualche renziano si siano uniti quelli di alcuni dem, «per non dare troppa centralità politica» all’ex premier. Un autorevole ex ministro Pd però ribalta le accuse: «Giuseppe Conte, per ragioni extra-politiche, ha un fortissimo rapporto con la Meloni: i voti sono arrivati dai suoi». E anche l’ex capogruppo dem Graziano Del Rio affida una battuta al cronista: «È solo il primo giorno di legislatura, e guardate che casino hanno già combinato Renzi e Conte». Per una strana coincidenza, nello stesso momento alla buvette del Senato c’è un gruppo di 5S (compreso Sileri) che brinda a suon di spritz. Da Azione si punta il dito sul Pd, e in particolare su Franceschini che «vuole fare il vicepresidente del Senato».

Una cosa è chiara: Giorgia Meloni era certa, ieri mattina, che La Russa avrebbe avuto i voti necessari, anche senza Fi. Certa al punto da sfidare la sorte mettendolo subito in pista, mentre alcuni dei suoi tentavano di dissuaderla: «Ti conviene dare alla Ronzulli un posto minore nel governo, così accontenti Berlusconi e non te la ritrovi capogruppo di Fi al Senato: una mina vagante per il governo», consigliava Guido Crosetto. In un capannello del Senato, il salviniano Stefano Candiani confida ad alcuni colleghi di partito: «Sapevamo da ieri sera che i voti ci sarebbero stati comunque, e che La Russa aveva avuto un incontro con Renzi».

Tutti accusano tutti. L’unica certezza è che – senza voti dall’opposizione – il presidente del Senato non sarebbe stato eletto.


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