Ustica e Bologna. Le verità nascoste contro le vittime

B el modo di fare l’«avvocato del popolo», continuando a tenerlo all’oscuro su tutto. C’è qualcosa di scientifico nell’arte di governo del presidente del Consiglio, un «metodo Conte» sempre più netto nel celare, svelare in parte, smorzare, negare. Dalle conferenze stampa notturne ai verbali blindati sull’emergenza Covid, l’azione di Giuseppe si è sempre indirizzata nel senso opposto della trasparenza, annunciata come tratto distintivo quando nel 2018 si presentò in Parlamento per chiedere la fiducia per la prima volta.

Le vie della politica sono infinite, ma diventa difficile ipotizzare che nel 2029 sarà lo stesso Giuseppi a rendere pubblici i dossier segreti sulle stragi di Ustica e Bologna di quella terrificante estate del 1980. Per il momento il sedicente «avvocato del popolo» si è prodotto una mossa di segno opposto, ovvero allungare di altri nove anni il segreto di Stato su quei documenti che potrebbero riscrivere la recente storia d’Italia.

A Palazzo Chigi è stato semplicemente deciso che diffondere ora quelle note riservate dei servizi segreti sarebbe «un grave pregiudizio agli interessi delle Repubblica». Così si è vista motivare il diniego alla pubblicazione Giuliana Cavazza, presidente onoraria dell’associazione «Verità per Ustica» e figlia di uno degli 81 passeggeri del Dc9 Italia precipitato al largo della Sicilia la notte del 27 giugno 1980. A scanso di equivoci, se ne riparlerà tra un decennio a meno che vengano accolti gli annunciati ricorsi al Consiglio di Stato.

Nel 1980 Conte aveva appena 15 anni. Oggi ne ha appena compiuti 56 e può vantarsi di avere coperto per l’ennesima volta un atto di verità dovuto agli italiani.

La disputa ruota intorno a un cablogramma del colonnello del Sismi Giovannone che preannunciò un imminente atto di ritorsione nei confronti dell’Italia da parte del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. La data lascia pochi margini di interpretazione: 27 giugno 1980. Ed è sempre la pista palestinese ad entrare nella successiva strage di Bologna del 2 agosto, anche se la cosiddetta verità giudiziaria suddivide le responsabilità tra neofascisti, piduisti e servizi segreti deviati.

A fare male all’Italia sono stati quei morti innocenti, i continui depistaggi e soprattutto le sentenze processuali di comodo che formalmente hanno chiuso la stagioni delle stragi terroristiche. Per il tribunale di Roma, tanto per intenderci, Aldo Moro fu tenuto 55 giorni in via Montalcini, trucidato nel garage sottostante e lasciato senza vita nel bagagliaio della R5 amaranto in via Caetani dopo un avventuroso trasferimento per le vie di una Roma in stato di guerra. È stato appurato invece negli anni successivi che il presidente della Dc fu trasferito in più covi e ucciso a pochi metri dove venne lasciato il cadavere.

Su Ustica e Bologna le cortine fumogene hanno avvolto in egual misura la verità storica per archiviare due pagine buie da dimenticare. In quegli anni l’Italia era dilaniata dal terrorismo interno anche finanziato da potenze straniere (evidenti i legami con il blocco sovietico) e minacciata da quello palestinese. Si piansero centinaia di morti, ma è intuibile che i corpi dello Stato riuscirono ad evitarne altrettanti: dal Lodo Moro (immunità ai terroristi palestinesi in cambio di non aggressione nel suolo italiano) ad inconfessabili trattative che ancora adesso ignoriamo. Qualsiasi nuovo elemento dovesse emergere dalle carte segretate potrebbe solo mettere in imbarazzo qualche politico o generale ultra ottuagenario. Negare la verità a 40 anni dai fatti non fa male allo Stato, ma agli italiani vivi e morti che hanno affrontato una stagione di lutti che ha lasciato profonde cicatrici.



Fonte originale: Leggi ora la fonte