“Veti e diktat sono prassi nella politica italiana. Meglio se le questioni si risolvono adesso”


Il professor Giovanni Orsina, professore di Storia contemporanea e direttore della School of Government alla Luiss Guido Carli di Roma, ridimensiona ciò che sta avvenendo attorno alla formazione del governo di centrodestra, spiegando come sia meglio che i nodi, qualora esistessero davvero, vengano subito al pettine. Una particolare attenzione – afferma l’esperto – va in realtà prestata alla scelta del prossimo inquilino del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Per quel che concerne lo stato di salute del Partito democratico e del resto dell’opposizione, Orsina non si scandalizza per via dell’atteggiamento teso a strumentalizzare le tempistiche per la formazione del governo, nonostante non si sia affatto in ritardo: è la politica, rimarca.

Si fa un gran parlare di diktat attorno alla creazione del governo. Cosa ne pensa?
«Direi che siamo nella normalità. Le elezioni si sono tenute poco più di due settimane, non tre mesi fa. I pesi all’interno della coalizione di centrodestra si sono modificati. Siamo nei tempi fisiologici di una trattativa. Poi certo: possono esserci dei distinguo, magari anche filosofici, su cosa si debba fare. L’unico punto che può preoccupare davvero riguarda il ministero dell’Economia. Quello mi sembra un nodo vero. Tutto il resto si chiama politica».

Risolvere tutto adesso, per evitare di sfilacciarsi dopo: può essere una strategia vincente, non crede?
«Direi di sì. Ovviamente è la situazione ideale, se fin dall’inizio si definisce il quadro e vengono poste delle premesse su cui sono tutti d’accordo. La cosa essenziale è che il governo non venga costruito sulla base di un compromesso al ribasso: quella sarebbe una catastrofe. Se, tenendo alta l’asticella, si riesce a trovare una quadra che vada bene a tutti – ripeto però che l’asticella va tenuta alta -, allora l’esecutivo parte con il piede giusto».

L’opposizione ha iniziato a strumentalizzare presunte lungaggini che in realtà – come ha spiegato anche lei – non esistono.
«Sì, ma anche questo fa parte della fisiologia politica. Che cosa dovrebbero fare? Sono pur sempre l’opposizione… Certo, anche in questo caso ci troviamo di fronte a una soluzione al ribasso, perché invece di mettere in campo una visione alta della politica, si ricorre a polemiche di livello più modesto. Detto ciò, ripeto, è politica. Il problema semmai è che latita l’altra parte, ossia un disegno alto. Mi preoccupa molto di più che l’opposizione non riesca a tirare fuori idee».

Per anni si è fatto un gran parlare della necessità di ripristinare il primato della politica sulla cosiddetta tecnocrazia. Ora che il centrodestra si appresta a governare, è stato comunque riproposto il tema della necessità di indicare dei tecnici in alcuni ruoli chiave. Qual è la ricetta vincente?
«Il discorso è molto complesso e antico, e mi riferisco alla relazione tra competenze di carattere politico e competenze di carattere tecnico. Io su questo terreno concordo con una dichiarazione che mi pare abbia fatto da ultimo Giorgia Meloni: il problema non è tecnico o politico, è lo standing. Esistono curricula politici molto forti, ossia persone puramente politiche che hanno esperienze importanti, istituzionali, internazionali e di governo. Sono politici di livello. Poi ci sono personaggi politici con profili più junior, minore visibilità, esperienze di minor rilievo. Lo stesso identico discorso vale per i tecnici. Esistono profili tecnici che non sono ministeriabili, e profili che invece lo sono. Il problema, insomma, è quello di trovare le persone adatte per riempire le casella a prescindere dalle categorie. Fanno un po’ eccezione le posizioni economiche: per via delle attenzioni esterne, in questo caso persone ad alto tasso di tecnicità sarebbero preferibili».


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