Vietato partire male


Consigli non richiesti. All’indomani delle elezioni scrissi su questo Giornale che il problema del centrodestra, in primis della Meloni, non era quello di fare un governo, perché ora si farà comunque per non deludere gli elettori, ma quello di durare. È questa la vera scommessa, anche perché la congiuntura economica non è certo favorevole: ieri il Fondo Monetario Internazionale e l’Istat hanno fatto sapere che il Paese sta andando in recessione, anzi già lo è; si prevede sin d’ora per il prossimo anno un Pil negativo al -0,2%. Ciò significa che l’esecutivo nascituro non avrà molte risorse a disposizione e dovrà compiere un’impresa, perché di questo si tratta, ardua per portare il Paese fuori dalle secche della crisi che si profila. Per riuscirci, la premier dovrà muoversi con prudenza, sapendo quali sono i suoi punti di forza, i suoi punti deboli e quelli che appaiono in modo diverso da quello che in realtà sono.

Tra questi ultimi c’è sicuramente l’idea che il futuro governo possa atteggiarsi come il governo Draghi. Sulla carta nulla lo vieta. Solo che il profilo è sicuramente diverso: quello di Draghi è stato un esecutivo tecnico con una maggioranza di unità nazionale ampia (mancava solo la Meloni) ispirata al senso di responsabilità; quello che dovrebbe nascere, si spera il prima possibile viste le condizioni del Paese, sarà invece un governo squisitamente politico. Anzi, più politico di altri, vista la natura della sua maggioranza e perché l’opposizione sarà sempre più avvitata nella logica di piazza ed egemonizzata dai 5stelle, dato che il Pd si perderà nell’illusione di far fronte comune con loro.

Insomma, da quella parte non faranno sconti. La Meloni potrà mettere anche in piedi il governo dei migliori, ma non le sarà mai riconosciuto né dalla sinistra politica, né da quella mediatica. Tant’è che su certa stampa c’è solo l’elenco dei «tecnici» che dicono di «no», non di quelli che dicono di «sì». La narrazione sui nomi dei prossimi ministri, e il giudizio che ne viene dato tirando in ballo «veti» e «riserve», punta di fatto solo a suscitare polemiche e a creare tensioni dentro il centrodestra. E il motivo è semplice: se vuoi che il prossimo governo salti nel giro di sei mesi, come prevedono Letta e Calenda, devi far venir meno il suo vero punto di forza, cioè la compattezza della sua maggioranza politica. Null’altro.

Di contro, com’è ovvio, un premier che vuole durare dovrebbe preservarla, trasformare l’impresa in un’«impresa collettiva» che coinvolga tutti. Dovrebbe essere inclusivo ancor più dei leader che compongono la sua coalizione. Al netto delle antipatie politiche e personali. Dovrebbe essere concavo con gli alleati e convesso con gli avversari (per usare il lessico di Berlusconi). Non potendo contare sull’aiuto di altri (la Storia ha dimostrato che quelli del Quirinale e di premier dimissionari sono illusori), la Meloni per non restare sola alle prime difficoltà dovrebbe affidarsi alla sua fonte di legittimazione primaria: la maggioranza che la coalizione ha nel Paese e la rappresentanza che ha in Parlamento. Motivo per cui sospetti, screzi e bracci di ferro sono il modo peggiore per cominciare un’avventura che tutti nella maggioranza dovrebbero sperare duri cinque anni. Basterebbe guardarsi alle spalle, rileggere le cronache politiche degli ultimi anni per ricordare che il dividersi, il farsi la guerra anche sul niente, è il male oscuro di questa coalizione. E l’unico vaccino efficace è quello di non ripetere gli stessi errori.


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